LEGITTIMITÀ DELLA CLAUSOLA DI ESCLUSIONE DEL SOCIO CHE SIA UNA SOCIETÀ LEGATA ALLA MODIFICA NON AUTORIZZATA DELLA SUA COMPAGINE SOCIALE – 1° pubbl. 9/15 – motivato 9/15

Si reputa legittima come giusta causa di esclusione del socio ex art. 2473 bis c.c. quella in forza della quale un socio possa essere escluso dalla società qualora il medesimo sia a sua volta una società e, senza il consenso dei restanti soci della partecipata, muti per qualsiasi causa la propria compagine sociale, anche in esito a operazioni di scissione o fusione (c.d. changing control).

Tale clausola può essere introdotta in statuto a maggioranza.

NIENTE TRUST SE IL PREGIUDIZIO E’ NOTO – TRIB. PIACENZA, SENTENZA N. 539 DEL 7 LUGLIO 2015 *** (Elena Baio, in Il Sole 24 Ore del 10 settembre 2015)

Non è possibile ricorrere alla stipula di un trust qualora sia noto il pregiudizio che esso può produrre.

Rendendo tale principio il Tribunale di Piacenza ha delineato i confini entro i quali si può muovere

l’operatore che intende ricorrere alla stipula di un trust e, segnatamente, ha individuato tre condizioni: effettività del credito, danno e consapevolezza.

Nel caso concreto, poiché il settlor (fideiussore della società debitrice principale) nel momento in cui ha istituito il trust sapeva di penalizzare il creditore, il giudice monocratico presso il Tribunale di Piacenza ha emesso provvedimento di revoca ex art. 2901 c.c. di un trust immobiliare di diritto inglese costituito con pregiudizio delle ragioni di un credito vantato da una Banca.

Il giudice argomenta la decisione analizzando dapprima il profilo della eventuale nullità dell’istituto e, quindi, quello inerente la possibilità di revocare lo strumento.

In particolare, l’autorità giudiziaria esclude che nel caso in esame fosse possibile dichiarare la totale nullità del “trust” per mancanza della prova che l’atto di disposizione fosse stato posto in essere unicamente a scopo fraudolento; successivamente, esaminando la possibilità di revocare l’accordo, viene precisato comela possibilità di esperire legittimamente l’azione revocatoria ordinaria presupponga, come osservato:

*** l’esistenza di un valido rapporto di credito tra il creditore che agisce in revocatoria e il debitore

disponente;

*** l’effettività del danno, inteso come lesione della garanzia patrimoniale a seguito del compimento da parte

del debitore dell’atto traslativo;

*** la ricorrenza, in capo al debitore, ed eventualmente in capo al terzo, della consapevolezza che, con l’atto di disposizione, venga a diminuire la consistenza delle garanzie spettanti ai creditori.

Poiché nel caso concreto al momento della costituzione dello strumento il credito bancario era già in essere, sul presupposto che la giurisprudenza riconosce la revocabilità del trust ove ricorrano i presupposti di cui all’art. 2901 c.c., ovvero, che «il debitore conoscesse il pregiudizio che l’atto arrecava alle ragioni creditorie o che, in ipotesi di atto anteriore al sorgere del credito, l’atto fosse dolosamente preordinato al fine di pregiudicarne il soddisfacimento», nel caso concreto sussistevano i presupposti idonei a giustificare la revoca del trust.

Infine, evidenzia l’autorità giudiziaria che relativamente agli atti di disposizione a titolo gratuito è sufficiente «la consapevolezza da parte del debitore, e non anche del terzo beneficiario, del pregiudizio che, mediante l’atto di disposizione, si sia in concreto arrecato alle ragioni del creditore».

Peraltro, cronologicamente, la stipula del trust era avvenuta contestualmente all’aggravamento della

situazione finanziaria della società debitrice, lasciando così presumere che il trust (costituito per atto

notarile) «fosse in concreto preordinato a mettere al riparo il patrimonio immobiliare» del fideiussore. All’esito del procedimento il giudice monocratico presso il Tribunale di Piacenza ha dunque dichiarato inefficace il trust oggetto del procedimento e legittimato l’istituto di credito ad iniziare un procedimento di esecuzione immobiliare sui beni costituiti in trust, al fine di rientrare nelle somme dovute, oltre a spese di giudizio.

AUMENTO A PAGAMENTO DEL CAPITALE IN PRESENZA DI PARTECIPAZIONI GRAVATE DA USUFRUTTO – 1° pubbl. 9/15 – motivato 9/15

In caso di partecipazioni gravate da usufrutto, se viene deliberato un aumento a pagamento del capitale, il diritto di sottoscrizione/opzione, ai sensi dell’art. 2352, comma 2, c.c. (richiamato dall’art. 2471 bis c.c.), spetta al socio (nudo proprietario) ed al medesimo sono attribuite le partecipazioni in base ad esso sottoscritte.

Le partecipazioni di nuova emissione sono attribuite al socio (nudo proprietario) in piena proprietà, dovendosi escludere sulle stesse un’estensione del diritto di usufrutto che continuerà a gravare solo sulle vecchie partecipazioni, salva diversa volontà espressa dalle parti.

Si ritiene che le parti (socio/nudo proprietario ed usufruttuario), possano, con apposito patto, disciplinare la fattispecie in maniera diversa, prevedendo, ad esempio, la facoltà per l’usufruttuario di ottenere l’estensione del suo diritto di usufrutto anche sulle partecipazioni di nuova emissione, a fronte del suo concorso alle spese per la liberazione di dette partecipazioni (un estensione dell’usufrutto sulle partecipazioni derivanti da aumenti a pagamento senza il concorso alle spese da parte dell’usufruttuario integrerebbe una donazione di cosa futura, nulla ex art. 771 c.c.).

Deve comunque essere rispettata la specifica disciplina dettata dalla società per la costituzione del diritto di usufrutto sulle partecipazioni. Si ritiene, peraltro, legittima una clausola statutaria che nel sancire limiti e/o condizioni per la costituzione di usufrutto sulle partecipazioni, preveda una deroga a tale disciplina per l’ipotesi in cui, in forza di un patto “estensivo” intervenuto tra le parti, sia richiesta l’estensione dell’usufrutto anche alle partecipazioni di nuova emissione in caso di aumento a pagamento del capitale sociale.