Legge, 20 maggio 2016, n. 761. Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze.

Le differenze essenziali che c riguardano tra unione civile e patto di convivenza sono le seguenti:

–  UNIONE CIVILE: viene conclusa solo davanti all’ufficiale dello stato civile e non dal notaio; prevista solo per coppie omosessuali; prevede la comunione legale come regime ordinario salvo diversa scelta; equiparazione sostanziale dei diritti successori; può essere stipulato un fondo patrimoniale; non prevede la nascita del rapporto di affinità (questo anche il patto di convivenza).

CONVIVENZA: per atto notarile o autenticato da un avvocato (!); per coppie etero e omosessuali; separazione dei beni come regime ordinario salvo diversa scelta; non vi sono diritti successori; può essere stipulato un fondo patrimoniale; non prevede la nascita del rapporto di affinità (questo anche il patto di convivenza).

NB: Estremamente rilevante è il comma 37 della legge ai sensi del quale sembra ritenersi che la convivenza di fatto debba preesistere alla stipulazione del patto di convivenza e, pertanto, è richiesta la dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, necessaria anche per la verifica dei requisiti, a pena di nullità, previsti dall’art. 57

 

PROFILI TRIBUTARI

Agevolazioni in sede di separazione: prevale la tesi affermativa.

2.2. La imposizione indiretta dei contratti di convivenza portanti convenzioni (e clausole) senza efficacia traslativa.

Per le convenzioni e le clausole non aventi ad oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale, risulterà applicabile (ed una sola volta, quante convenzioni e clausole siano riportate nell’unico documento sottoposto alla registrazione secondo quanto affermato dall’A.F. con circolare n.44/E del 7 ottobre 2011) l’imposta di registro in misura fissa. Ad esempio:

  1. a) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute;
  2. b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.

– Per le convenzioni (e le clausole) invece aventi ad oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale: l’interprete – al fine di individuare il corretto trattamento fiscale – dovrà di volta in volta verificare “quale” prestazione a contenuto patrimoniale la convenzione ( o la clausola) pattuita comporta e quale ne sia il “titolo” (se oneroso o gratuito), in modo da stabilire in via preliminare e pregiudiziale in quale ambito la statuizione o pattuizione negoziale si colloca, se in quello inciso con imposta di registro o di donazione.

Così, ed a scopo solo esemplificativo, in tutti i casi in cui uno o entrambi i conviventi s’impegnino ad una contribuzione in danaro o in natura per sopperire alle necessità del menage, sarà giocoforza discriminare le ipotesi in cui tali impegni siano unilaterali da quelle in cui essi si pongano su di un piano di corrispettività e di sostanziale parità economico-finanziaria, in quanto nelle prime potrebbe trovare applicazione il sistema impositivo previsto dalla normativa fiscale vigente (ex art. 2 commi 47 ss. del d.l. 3 ottobre 2006 n.262 convertito in legge 24 novembre 2006 n.286 ed ex TU n.346/90) per gli atti a titolo “gratuito” (e quindi non necessariamente donativi o liberali) e nelle altre ipotesi invece potrebbe trovare applicazione il sistema impositivo previsto dalla normativa fiscale vigente per gli atti a titolo oneroso (e quindi applicando un’imposta di registro ad una base imponibile commisurata al valore della “prestazione che dà luogo all’applicazione della maggiore imposta” ex lettera c) art. 43 del TUR).

Se infatti in questi tipi di contratti si ritiene di regola assente l’intento donativo, ciò non vuol dire che non possa trovare ingresso anche la normativa fiscale di cui al TU n.346/90

–  Obblighi nei suoi confronti a provvedere al suo mantenimento e a prestare qualunque tipo di assistenza morale e materiale qualora, per avventura, questi fosse in stato di bisogno e non fosse in grado di provvedervi con proprie disponibilità finanziarie o si trovasse comunque in condizioni soggettive e/o oggettive tali da non potervi provvedere. In tal caso non si trasferisce alcun bene o diritto, né si costituisce una rendita o una pensione, ma si assume solo l’obbligo della prestazione di un “facere” che può avere ampio e diversificato contenuto. È evidente che una convenzione siffatta potrebbe in linea teorica essere assoggettata dal Fisco all’imposta di registro con l’aliquota del 3% (ai sensi dell’art. 9 della tariffa parte prima del TUR n.131/86) e il problema sarebbe quello di individuare un “valore” quale base imponibile di ardua individuazione al momento della stipula dell’atto. Potrebbe soccorrere in tal caso la tecnica della tassazione con i criteri dell’art. 35 del TUR, ossia applicare l’imposta su di un valore solo provvisoriamente determinato.

Se tra le prestazioni dedotte nel contratto di convivenza si profila una sostanziale parità o corrispondenza sinallagmatica sotto il profilo economico, si dovrebbe coerentemente uscire fuori dall’alveo del sistema impositivo segnato dal TU n.346/90 per rientrare in quello del TUR (DPR n.131/86) (12).

2.3. La imposizione indiretta dei contratti di convivenza portanti convenzioni (e clausole) con efficacia traslativa.

Quanto ai criteri d’imposizione delle convenzioni (e clausole) con efficacia traslativa, bisognerà innanzitutto verificare se il trasferimento (segnatamente immobiliare):

1) non sia altro che l’effetto di un contratto “tipico” di donazione o vendita, nel qual caso non si profilerà criticità alcuna applicandosi i principi generali in materia fiscale;

2) o avvenga nell’ambito di un contratto traslativo posto in essere nell’adempimento di una pregressa obbligazione contrattuale assunta dal disponente o di un’obbligazione “naturale” (connessa come tale al legame di convivenza in sé);

3) o si articoli come “corrispettivo” di una prestazione assistenziale, magari vitalizia, cui per ipotesi si possa obbligare anche un terzo “vitaliziante’: prestazione da eseguire a favore di un primo beneficiario (vitaliziato) e, laddove opportuno o richiesto, anche a favore di ulteriore beneficiario, dopo la morte del primo (nella formula del contratto a favore del terzo – beneficiario – da eseguire dopa la morte dello stipulante ex art. 1412 c.c.);

Segnatamente quanto alla ipotesi sub 2), esclusa, di regola, la causa donativa o liberale, il trasferimento potrà non essere considerato semplicisticamente “a titolo gratuito” (circostanza che renderebbe operativa l’applicabilità delle disposizioni di cui al TU n.346/90) qualora l’atto traslativo o attributivo (anche per ipotesi divisorio, allorché abbiano per effetto lo scioglimento della comunione) possa essere qualificato al contrario come “oneroso”, in quanto perfezionato in esecuzione di un obbligo (atto quindi “dovuto”) già assunto tra i conviventi in tempi antecedenti al trasferimento stesso o da ritenersi connesso con il tipo di particolare legame di convivenza.

A fortiori si deve ritenere che l’opzione negoziale di cui supra sub 3) comporti assoggettamento ai criteri impositivi di cui al TUR n.131/86, e segnatamente alla individuazione di una base imponibile ragguagliata – ai sensi dell’art. 43 lett. c) – al valore del bene ceduto o al valore della prestazione che dà luogo all’applicazione della maggiore imposta), con avvertenza che in ipotesi di ulteriore prestazione assistenziale (oltre che a favore del disponente dell’immobile, vitaliziato originario) anche a favore di terzi da eseguire dopo la morte del vitaliziato originario, dovrà essere valutata – a fini impositivi e stavolta con riferimento alle disposizioni del TU n.346/90 – il trasferimento di ricchezza che da essa derivi a favore di quest’ultimi a titolo gratuito.

 

NORMATIVA ESSENZIALE

  1. Ai fini delle disposizioni di cui ai commi da 37 a 67 si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

 

  1. Ferma restando la sussistenza dei presupposti di cui al comma 36, per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.

 

  1. Nella sezione VI del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile, dopo l’articolo 230-bis47 è aggiunto il seguente:

«Art. 230-ter (Diritti del convivente). – Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i

conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato».

  1. I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza.

 

  1. Ai fini dell’opponibilità ai terzi, il professionista che ha ricevuto l’atto in forma pubblica o che ne ha autenticato la sottoscrizione ai sensi del comma 51 deve provvedere entro i successivi dieci giorni a trasmetterne copia al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’anagrafe ai sensi degli articoli 5 e 7 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.

 

  1. Il contratto di cui al comma 50 reca l’indicazione dell’indirizzo indicato da ciascuna parte al quale sono effettuate le comunicazioni inerenti al contratto medesimo. Il contratto può contenere:
  2. a) l’indicazione della residenza;
  3. b) le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo;
  4. c) il regime patrimoniale della comunione dei beni, di cui alla sezione III del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile.

 

  1. Il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza può essere modificato in qualunque momento nel corso della convivenza con le modalità di cui al comma 51.

 

  1. Il contratto di convivenza non può essere sottoposto a termine o condizione. Nel caso in

cui le parti inseriscano termini o condizioni, questi si hanno per non apposti.

 

  1. II contratto di convivenza è affetto da nullità insanabile che può essere fatta valere da

chiunque vi abbia interesse se concluso:

  1. a) in presenza di un vincolo matrimoniale, di un’unione civile o di un altro contratto di convivenza;
  2. b) in violazione del comma 36;
  3. c) da persona minore di età;
  4. d) da persona interdetta giudizialmente;
  5. e) in caso di condanna per il delitto di cui all’articolo 88 del codice civile53.

 

  1. Il contratto di convivenza si risolve per:
  2. a) accordo delle parti;
  3. b) recesso unilaterale;
  4. c) matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona;
  5. d) morte di uno dei contraenti.
  6. In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente e gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile57. Ai fini della determinazione dell’ordine degli obbligati ai

sensi dell’articolo 433 del codice civile58, l’obbligo alimentare del convivente di cui al presente comma è adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle.

 

TRUST – NULLITA’ DEL PIGNORAMENTO – IMPROSEGUIBILITA’ DEL PROCESSO ESECUTIVO

(Cass.civ., sezione terza, sentenza del 27 gennaio 2017, n. 2043, in IusExplorer)
Poiché legittimamente il giudice dell’esecuzione verifica anche d’ufficio l’esistenza del soggetto nei cui confronti è intentata la procedura esecutiva, va disposta la chiusura anticipata di una procedura seguita al pignoramento di beni immobili eseguito nei confronti di un trust in persona del trustee, anziché nei confronti di quest’ultimo, visto che il trust non è un ente dotato di personalità giuridica, né di soggettività, per quanto limitata od ai soli fini della trascrizione, ma un mero insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato e formalmente intestati al trustee, che rimane l’unico soggetto di riferimento nei rapporti con terzi non quale legale rappresentante, ma come colui che dispone del diritto; e neppure ostando a tale conclusione la nota di trascrizione del negozio di dotazione del trust, che non fonderebbe una valida continuità di trascrizioni con un soggetto inesistente.
E’ quanto chiarito dalla Corte di Cassazione con sentenza del 27 Gennaio 2017, n. 2043.
La sentenza si sofferma su alcuni interessanti rilievi con riferimento anche alla nota di trascrizione effettuata contro il trust e l’indicazione del trustee come soggetto “a favore” e “contro”.
Con riguardo in particolare a quest’ultimo aspetto, stante l’inesistenza di una qualsivoglia soggettività giuridica in capo al trust, per quanto limitata ai soli fini della trascrizione, la Cassazione conclude affermando come sia nulla la nota di trascrizione che rechi l’indicazione del trust come soggetto
“contro” o “a favore”.
La trascrizione di atti negoziali e giudiziali deve essere eseguita a favore o, come nel caso di specie trattandosi di pignoramento, contro il trustee, con l’indicazione nel quadro D della nota che la trascrizione avviene nei confronti di questo soggetto in tale sua specifica qualità, ossia nella sua veste
di titolare di una proprietà segregata e vincolata ad un determinato programma.
Questo principio, conclude la Corte, è valido sia per la trascrizione del pignoramento sia per altre trascrizioni, ivi inclusa quella dell’atto di conferimento di beni in trust.

ANTIRICICLAGGIO – MAGGIORI ONERI PER GLI STUDI PROFESSIONALI *** (L. Fruscione, B. Santacroce, Il Sole 24 Ore del 9 febbraio 2017, Norme e Tributi)

La bozza di decreto legislativo in tema di antiriciclaggio, il quale recepisce la direttiva 849/2015/Ue (quarta direttiva antiriciclaggio), apporta modifiche alla normativa attualmente vigente in materia, vale a dire al d.lgs. n. 231/2007.
Il nuovo testo aggiunge, tra i soggetti sui quali grava l’obbligo di effettuare le segnalazioni antiriciclaggio, oltre a quelli attuali, anche:

– il curatore fallimentare;

– il commissario giudiziale nelle procedure concorsuali.

È previsto che siano gravati della valutazione (e del controllo) del rischio di riciclaggio e finanziamento al terrorismo, tra gli altri, i professionisti, i quali devono adottare «procedure oggettive e verificate» finalizzate all’analisi e alla valutazione degli specifici rischi antiriciclaggio e finanziamento del terrorismo. Tale valutazione deve essere documentata e tenuta aggiornata.
Le misure di controllo dovranno essere individuate e attuate nel rispetto del principio di proporzionalità esistente tra attività esercitata da parte del destinatario degli obblighi antiriciclaggio ed entità delle misure di gestione del rischio.
Affinchè la verifica avvenga in maniera adeguata, i controlli devono essere effettuati:
– non solo nei confronti del cliente; bensì,
-anche nei confronti del titolare effettivo;
a) in occasione dell’instaurazione di un rapporto continuativo o del conferimento dell’incarico per l’esecuzione di una prestazione professionale;
b) in occasione dell’esecuzione di un’operazione occasionale, disposta dal cliente, che comporti la trasmissione o la movimentazione di mezzi di pagamento di importo pari o superiore a quindicimila euro, indipendentemente dal fatto che sia effettuata con una operazione unica o con più operazioni che appaiono collegate per realizzare un’operazione frazionata ovvero che consista in un trasferimento di fondi superiore a mille euro;
c) con riferimento ai prestatori di servizi di gioco in occasione del compimento di operazioni di gioco.
L’obbligo di adeguata verifica sussiste, in ogni caso:
– tutte le volte in cui vi sia sospetto di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo, indipendentemente
da qualsiasi deroga, esenzione o soglia applicabile; e,
– quando vi sono dubbi sulla veridicità o sull’adeguatezza dei dati precedentemente ottenuti ai fini
dell’identificazione.

MANCANZA DEL CERTIFICATO DI ABITABILITA’ – ALIUD PRO ALIO *** (Cass.civ., sezione seconda, sentenza del 30 gennaio 2017, n. 2294, in QdD)

La compravendita di un immobile ad uso abitativo presuppone che il venditore consegni all’acquirente il certificato di abitabilità in assenza del quale il bene non è commerciabile. Nemmeno è idoneo a rendere il bene commerciabile (e a sanare l’irregolarità), il fatto che il venditore, anteriormente alla
stipula del contratto di vendita, abbia presentato una domanda di condono per sanare l’irregolarità È quanto chiarito dalla Corte di Cassazione con sentenza del 30 gennaio 2017, n. 2294.
Il caso concreto ha riguardato la compravendita immobiliare di un’unità immobiliare facente parte di una palazzina bifamiliare suddivisa in due porzioni verticali (ubicata in Palermo), nella quale era stata riscontrata, al piano terra, la presenza di una forte umidità da risalita capillare, cosicché l’acquirente ne aveva fatto denuncia al venditore. Successivamente, era stato quindi incaricato un tecnico il quale, una volta effettuati i sopralluoghi e le indagini del caso, aveva appurato che la causa dell’umidità era da individuare nella inadeguata ovvero nell’omessa esecuzione di taluni lavori.
Gli acquirenti avevano quindi richiesto al venditore il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno, tenuto anche conto che l’immobile non era dotato del certificato di abitabilità.
Accogliendo il ricorso proposto da parte degli acquirenti, nell’interessante sentenza in esame, la Suprema Corte richiama un proprio precedente (Cass. 27 luglio 2006, n. 17140) secondo cui, in materia di vendita di immobile destinato ad abitazione, «integra ipotesi di consegna di aliud pro alio il
difetto assoluto della licenza di abitabilità ovvero l’insussistenza delle condizioni necessarie per ottenerla in dipendenza della presenza di insanabili violazioni della legge urbanistica». A tal proposito, la Cassazione afferma che «il venditore di un immobile destinato ad abitazione ha l’obbligo di
consegnare all’acquirente il certificato di abitabilità, senza il quale l’immobile stesso è incommerciabile; e che la violazione di tale obbligo può legittimare sia la domanda di risoluzione del contratto, sia quella di risarcimento del danno, sia l’eccezione di inadempimento, e non è sanata dalla mera circostanza che il venditore, al momento della stipula, abbia già presentato una domanda di condono per sanare l’irregolarità amministrativa dell’immobile».
Prima d’ora, inoltre, la Corte di Cassazione ha affermato che il venditore di un immobile destinato ad abitazione ha l’obbligo di consegnare all’acquirente il certificato di abitabilità, senza il quale l’immobile stesso è incommerciabile; la violazione di tale obbligo può legittimare sia la domanda di risoluzione del contratto, sia quella di risarcimento del danno, sia l’eccezione di inadempimento, e non è sanata dalla mera circostanza che il venditore, al momento della stipula, avesse già presentato una domanda di condono per sanare l’irregolarità amministrativa dell’immobile» (Cass. civ., sez. III, 23-01-2009, n. 1701); nella vendita di immobili destinati ad abitazione, la licenza di abitabilità è un elemento che caratterizza il bene in relazione alla sua capacità di assolvere una determinata funzione economicosociale e, quindi, di soddisfare i concreti bisogni che hanno indotto il compratore ad effettuare l’acquisto, sicché deve escludersi che il certificato per la destinazione dell’immobile ad uso ufficio possa equivalere a quello per la destinazione ad uso abitazione; pertanto, la mancata consegna del certificato di abitabilità implica un inadempimento che, sebbene non sia tale da dare necessariamente luogo a risoluzione del contratto, può comunque essere fonte di un danno risarcibile, configurabile anche nel solo fatto di aver ricevuto un bene che presenta problemi di commerciabilità, essendo al riguardo irrilevante la concreta utilizzazione ad uso abitativo da parte dei precedenti proprietari» (Cass. civ., sez. II, 20-04-2006, n. 9253).

Agenzia delle Entrate RISOLUZIONE n. 15/E del 1 febbraio 2017OGGETTO: Interpello Art. 11, legge 27 luglio 2000, n. 212).

(Agevolazioni piccola proprietà contadina – Applicabilità agevolazioni anche ai proprietari di masi chiusi di cui alla legge della provincia autonoma di Bolzano 28 novembre 2001, n. 17 – Art. 1, comma 906, della Legge n. 208 del 2015 – Art. 2, comma 4-bis, del D.L. n. 194 del 2009)

Con l’interpello specificato in oggetto, concernente l’interpretazione dell’articolo 2, comma 4-bis, del D.L. n. 194 del 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 25 del 2010, è stato esposto il seguente

 QUESITO

Il notaio istante fa presente di dover redigere un atto di compravendita, avente ad oggetto un terreno a destinazione agricola, a favore di tre contribuenti già comproprietarie di un maso chiuso, di cui alla legge Autonoma della Provincia di Bolzano 28 novembre 2001, n. 17, da loro abitualmente coltivato e a cui accorpare il predetto terreno.

L’istante chiede di conoscere se esse, pur non essendo coltivatrici dirette o imprenditrici agricole professionali, iscritte nella relativa gestione previdenziale ed assistenziale, possano godere delle agevolazioni tributarie previste per la piccola proprietà contadina, dall’art. 2, comma 4-bis, del decreto legge 30 dicembre 2009, n. 194, convertito in legge 26 febbraio 2010, n. 25, che prevede l’applicazione dell’imposta di registro e dell’imposta ipotecaria in misura fissa e dell’imposta catastale dell’1%.

 

SOLUZIONE INTERPRETATIVA PROSPETTATA DAL CONTRIBUENTE

L’interpellante ritiene che alla fattispecie rappresentata siano applicabili le agevolazioni per la piccola proprietà contadina, sulla base delle seguenti argomentazioni.

Il comma 4-bis dell’art. 2 del decreto legge 30 dicembre 2009, n. 194, disciplina le agevolazioni per la piccola proprietà contadina, stabilendo che gli atti di trasferimento a titolo oneroso di terreni agricoli e relative pertinenze, posti in essere a favore di coltivatori diretti ed imprenditori agricoli professionali, iscritti nella relativa gestione previdenziale ed assistenziale, sono soggetti all’imposta di registro ed all’imposta ipotecaria in misura fissa ed all’imposta catastale dell’1%.

L’art. 1, comma 906, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, ha previsto che le agevolazioni per la piccola proprietà contadina si applicano altresì per agli atti di trasferimento a titolo oneroso di terreni agricoli e relative pertinenze, posti in essere a favore di proprietari di masi chiusi, sempreché da loro abitualmente coltivati.

A parere dell’interpellante, il nuovo periodo stabilisce dei requisiti soggettivi per l’accesso all’agevolazione alternativi rispetto a quelli disciplinati dal primo periodo, per i seguenti motivi.

Se la novella legislativa del 2015 avesse inteso semplicemente tenere fermi i requisiti soggettivi del primo periodo (essere l’acquirente coltivatore diretto o IAP iscritto nella relativa gestione previdenziale), con la stessa si sarebbe inserita una mera precisazione, volta a chiarire che le agevolazioni sopra citate si applicano ai coltivatori diretti o IAP, iscritti nella relativa gestione previdenziale anche nel caso in cui siano proprietari di un maso chiuso.

A parere dell’istante, dunque, la nuova norma intende derogare per gli acquirenti proprietari di masi chiusi alla necessità dell’iscrizione nella gestione previdenziale dell’INPS e alla qualifica di coltivatore diretto o IAP.

Al riguardo, ritiene che la formulazione letterale della norma agevolativa recata dall’ articolo 1, comma 906, della legge n. 208 del 2015, che aggiunge una nuova fattispecie collegandola alla precedente con la congiunzione “altresì” fa propendere per la non necessità, ai fini della fruizione dei benefici fiscali, della qualifica di coltivatore diretto o IAP.

 

PARERE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE

L’art. 2, comma 4-bis, del D.L. n. 194 del 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 25 del 2010, stabilisce che “Al fine di assicurare le agevolazioni per la piccola proprietà contadina, a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, gli atti di trasferimento a titolo oneroso di terreni e relative pertinenze, qualificati agricoli in base a strumenti urbanistici vigenti, posti in essere a favore di coltivatori diretti ed imprenditori agricoli professionali, iscritti nella relativa gestione previdenziale ed assistenziale, (…), sono soggetti alle imposte di registro ed ipotecaria nella misura fissa ed all’imposta catastale nella misura dell’1 per cento”.

L’art. 1, comma 906, della Legge n. 208 del 2015 (Legge di stabilità 2016) ha aggiunto al menzionato primo periodo del comma 4-bis, il seguente: “Le agevolazioni previste dal periodo precedente si applicano altresì agli atti di trasferimento a titolo oneroso di terreni agricoli e relative pertinenze, posti in essere a favore di proprietari di masi chiusi di cui alla legge della provincia autonoma di Bolzano 28 novembre 2001, n. 17, da loro abitualmente coltivati”.

Con riferimento all’applicazione di tale disposizione, si ritiene che la norma in argomento abbia inteso estendere le agevolazioni anche ai proprietari di maso chiuso, a prescindere dalla circostanza che gli stessi rivestano la qualifica di coltivatore diretto o imprenditore agricolo professionale e risultino iscritti nella relativa gestione previdenziale ed assistenziale.

La norma prevede, infatti, quali condizioni cui subordinare l´agevolazione in esame, che l’acquirente sia proprietario di un maso chiuso, di cui alla legge della provincia autonoma di Bolzano 28 novembre 2001, n. 17 e che si dedichi alla coltivazione abituale dello stesso.

Si tratta di requisiti soggettivi differenti rispetto a quelli previsti per la piccola proprietà contadina, e, dunque, con la norma in argomento il legislatore ne ha inteso garantire l’applicabilità ‘altresì’ ai proprietari di maso chiuso.

Sulla base di quanto fin qui osservato, si ritiene che l’atto che il notaio istante intende stipulare, recante il trasferimento in comunione a titolo oneroso di un terreno agricolo, a favore di tre contribuenti proprietarie pro quota di un maso chiuso, di cui alla legge della provincia autonoma di Bolzano 28 novembre 2001, n. 17 possa fruire delle agevolazioni previste per la piccola proprietà contadina (imposta di registro ed imposta ipotecaria fissa nella misura di euro 200 ed imposta catastale nella misura dell’1 per cento) a condizione che detti soggetti si dedichino abitualmente alla coltivazione del maso chiuso.

Le Direzioni regionali vigileranno affinché i principi enunciati e le istruzioni fornite con la presente risoluzione vengano puntualmente osservati dalle Direzioni provinciali e dagli Uffici dipendenti.

IL DIRETTORE CENTRALE