COMUNICATO STAMPA – TESTAMENTO BIOLOGICO, A PESARO CONVENZIONE TRA COMUNE E CONSIGLIO NOTARILE

Il Comune di Pesaro ha istituito il registro comunale delle DAT (dichiarazioni anticipate di trattamento, o ‘testamento biologico’) e stipulato una convenzione con il Consiglio notarile della provincia di Pesaro e Urbino.
Il cittadino pesarese – nell’esprimere anticipatamente il proprio consenso o dissenso informato riguardo a particolari trattamenti medico-sanitari ai quali dovrà essere eventualmente sottoposto -, potrà quindi contare su un registro comunale in cui saranno conservati gli estremi identificativi della
DAT.
Tre i soggetti coinvolti nell’iter:
dichiarante – il cittadino residente nel Comune di Pesaro che sottoscrive la DAT;
notaio – il pubblico ufficiale che riceve la DAT e ne autentica la firma;
Comune – l’ente che conserva gli estremi identificativi della DAT in un apposito registro elettronico.
Il ruolo del notaio 
Il notaio convenzionato riceve la DAT direttamente dall’interessato, in forma di atto pubblico o di scrittura privata autenticata, e inoltra direttamente al Comune gli estremi identificativi della DAT ai fini della registrazione.
Il registro DAT non è pubblico
Il registro comunale delle dichiarazioni anticipate di trattamento, noto anche come ‘testamento biologico’, non è un registro pubblico.
Possono prendere visione delle informazioni contenute nel registro, oltre all’interessato, coloro che sono stati indicati dal dichiarante, e cioè:
il medico di famiglia,
i sanitari che avranno in cura il dichiarante,
il fiduciario (se nominato),
i familiari del dichiarante,
purché espressamente individuati.
Dichiarazione per DAT – ulteriori informazioni
In occasione della redazione della DAT, l’interessato potrà individuare anche un ‘fiduciario’ e un ‘depositario’. Il fiduciario è la persona che assume il ruolo di garante della fedele esecuzione della volontà del dichiarante, mentre il depositario è colui presso il quale viene conservata la DAT; potrà
essere il notaio che ha ricevuto la DAT o lo stesso fiduciario eventualmente individuato dal dichiarante.
Il Comune di Pesaro non assume in alcun caso la funzione di fiduciario o di depositario.
Ufficio stampa Comune di Pesaro
tel. 0721/387210/238/551/560
email: stampa@comune.pesaro.pu.it

FONDO PATRIMONIALE – DEBITI TRIBUTARI – IMPOSTE SUI REDDITI – BISOGNI DELLA FAMIGLIA

(Cass.civ., sezione terza, ordinanza dell’11 luglio 2017, n. 17076, in www.cassazione.net)
Rientrano entro il perimento dei “bisogni della famiglia” i debiti tributari contratti dall’imprenditore per imposte sui redditi, siccome correlati alla produzione di reddito familiare, da cui discende che i beni costituiti in fondo patrimoniale (dall’imprenditore e dal coniuge) possano essere ipotecati da parte di Equitalia.
È quanto deciso dalla Corte di Cassazione con ordinanza dell’11 luglio 2017, n. 17076.
Nel caso di specie si discuteva della validità di un’ipoteca iscritta da Equitalia sui beni immobili costituiti in fondo patrimoniale da un imprenditore (insieme alla moglie).
La Suprema Corte, confermando la legittimità dell’iscrizione, ha ricordato che l’esattore, tra l’altro, può iscrivere ipoteca su beni appartenenti al coniuge o al terzo che li hanno conferiti nel fondo qualora il debito del coniuge o del terzo sia stato contratto per uno scopo non estraneo ai bisogni della famiglia.
Il criterio identificativo dei debiti per i quali può avere luogo l’esecuzione sui beni del fondo va ricercato, non già nella natura dell’obbligazione (legale o contrattuale), ma nella relazione tra il fatto generatore di essa e i bisogni della famiglia; pertanto, i beni costituiti in fondo patrimoniale non
possono essere sottratti all’azione esecutiva dei creditori quando lo scopo perseguito nell’obbligarsi sia quello di soddisfare i bisogni della famiglia, da intendersi non in senso meramente oggettivo, ma come comprensivi anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari.
Ricordano i giudici che l’accertamento relativo alla riconducibilità del debito alle esigenze della famiglia costituisce un accertamento riservato al giudice di merito, con l’ulteriore precisazione che tale riconducibilità non può ritenersi sussistente o meno, per il solo fatto che il debito sia sorto
nell’esercizio dell’impresa o derivi dall’attività professionale del coniuge, dovendosi accertare che l’obbligazione sia sorta per il soddisfacimento dei bisogni familiari (nel cui ambito vanno incluse le esigenze volte al pieno mantenimento ed all’univoco sviluppo della famiglia), ovvero per il
potenziamento della di lui capacità lavorativa, e non per esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi.
In conclusione, come già chiarito dal giudice di seconde cure, nei bisogni della famiglia vanno ricompresi i debiti relativi all’impresa commerciale gestiti dal marito in quanto finalizzati al soddisfacimento delle future e più ampie esigenze della famiglia utili all’intero nucleo familiare.

RECESSO AL NUTUM – SOCIETA’ CONTRATTA PER UN TERMINE DI DURATA SUPERIORE ALLA NORMALE VITA

(Trib. Torino, sezione prima civile, sentenza del 5 maggio 2017, n. 2363, in giurisprudenza delle imprese)
Ai soci spetta il diritto di recesso ad nutum qualora il termine di durata di una società sia determinato per un periodo di tempo superiore rispetto alla normale durata della vita umana.
Una previsione pari o superiore rispetto alla durata della vita umana, infatti, è assimilabile alla durata sine die (vale a dire a tempo indeterminato), cosicché il socio può recedere in ogni momento dando un preavviso di centoottanta giorni.
È quanto deciso dal Tribunale di Torino con sentenza del 5 maggio 2017, n. 2363.
Il legislatore della riforma del diritto societario ha novellato, tra l’altro, la disciplina in materia di recesso prevedendo una serie di cause di recesso legali inderogabili, legali derogabili e cause volontarie.
L’articolo 2473, comma secondo, cod.civ., si occupa del diritto di recesso nell’ambito delle società a responsabilità limitata e dispone che qualora una società sia contratta a tempo indeterminato, il diritto di recesso compete al socio in ogni momento e può essere esercitato con un preavviso di almeno
centottanta giorni, salvo che l’atto costitutivo non preveda un periodo di preavviso di durata maggiore purché non superiore ad un anno.
Dal momento che nel caso di specie lo statuto della società stabiliva che la durata della società era fissata «sino al 31 dicembre 2100» (e la società era stata costituita nell’anno 1998), secondo il giudice torinese era evidente che la previsione di una durata pari a 102 anni fosse assimilabile alla durata a
tempo indeterminato, fattispecie già chiarita in un’altra occasione dalla Corte d’Appello di Bologna (con sentenza del 5 aprile 1997).
Nel caso di specie, inoltre, era accaduto che la comunicazione di recesso inviata dal socio recedente all’amministratore unico della società non fosse stata recapitata al destinatario e fosse stata invece restituita al mittente per compiuta giacenza; di conseguenza il socio recedente si era rivolto all’Autorità giudiziaria per ottenere la dichiarazione giudiziale del proprio avvenuto recesso, necessaria per formalizzare l’iscrizione presso il registro delle imprese.
Accogliento il ricorso, il Tribunale di Torino, ha ritenuto che il recesso del socio fosse stato correttamente esercitato in quanto, trattandosi di un «atto unilaterale recettizio», la comunicazione doveva intendersi ricevuta, ai sensi dell’articolo 1335 del Codice civile, «il giorno in cui» era «stato rilasciato all’indirizzo del destinatario l’avviso di giacenza del plico» (Cass. n. 3707/1999).

SPESE CONDOMINIALI – OBBLIGATO – PROPRIETARIO AL MOMENTO DELL’APPROVAZIONE

(Cass.civ., sezione sesta, sentenza del 22 giugno 2017, n. 15547, in Ipsoa)
Obbligato a contribuire alle spese di manutenzione straordinaria dell’edificio è chi era condomino nel momento in cui è stata assunta la delibera assembleare che ha disposto l’esecuzione dei lavori (in ragione del valore costitutivo della relativa obbligazione), e ciò vale anche qualora il proprietario dell’unità immobiliare l’abbia successivamente alienata.
È quanto deciso dalla Corte di Cassazione con sentenza del 22 giugno 2017, n. 15547.
Il caso concreto ha riguardato il ricorso in Cassazione di un soggetto (già proprietario di un’unità immobiliare facente parte di un condominio), al fine di ottenere la riforma della sentenza di appello con la quale gli era stato richiesto di far fronte al pagamento di spese nei confronti di un condominio.
A dire dell’appellante, egli non era tenuto a corrispondere alcuna spese a favore del condominio, dal momento che aveva dismesso l’unità immobiliare e, nel momento in cui l’assemblea aveva approvato la ripartizione delle spese, egli non era più condomino.
Rigettando il ricorso proposto, la Suprema Corte ha argomentato la decisione considerando determinante la decisione di approvazione dei lavori, e non la successiva assemblea di ripartizione delle spese, nella quale era stato deciso il quantum della spesa.
La Suprema Corte ha a tal fine osservato che «la circostanza della vendita dell’unità immobiliare prima che siano stati approvati tutti gli stati di ripartizione delle spese inerenti a quei lavori, o comunque prima che il condomino che aveva approvato gli stessi abbia adempiuto ai propri oneri verso il condominio, può impedire che sia emesso il decreto ingiuntivo con la clausola di immediata esecutività ex art. 63, comma 1, disp. att. c.c., ma di certo non estingue il debito originario del cedente, che rimane azionabile in sede di processo di cognizione, o di ingiunzione ordinaria di pagamento»