SEZIONI UNITE 27 LUGLIO 2017 N. 18725 – GIROCONTO DI DENARO – DONAZIONE TIPICA AD ESECUZIONE INDIRETTA – SERVE L’ATTO PUBBLICO

(Cass.civ., sezioni unite, sentenza del 27 luglio 2017, n. 18725, in www.cassazione.net)
Il trasferimento di strumenti finanziari dal conto deposito titoli intestato al beneficiante disponente a quello intestato al beneficiario, da eseguire mediante un ordine di bonifico impartito da parte del disponente:
– non rientra entro il perimetro delle donazioni indirette;
– bensì, si tratta di una donazione tipica, seppur ad esecuzione indiretta.
Ne consegue che è necessaria la forma dell’atto pubblico (ex articolo 782 cod.civ.), alla presenza dei testimoni (ex articolo 48 l. not.), salvo il caso in cui si tratti di donazione di modico valore.
È quanto chiarito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza del 27 luglio 2017, n. 18725.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno risolto la controversa questione della natura dell’operazione attributiva di strumenti finanziari dal patrimonio del beneficiante in favore di un altro soggetto, compiuta a titolo liberale attraverso una banca chiamata a dare esecuzione all’ordine di
trasferimento dei titoli impartito dal titolare con operazioni contabili di addebitamento e di accreditamento, ed hanno escluso che una simile operazione rientri nel perimetro delle liberalità indirette (articolo 809 cod.civ.), trattandosi invece di una donazione tipica (articolo 769 cod.civ.).
Il trasferimento di ricchezza attuato donandi causa a mezzo banca è dunque subordinato all’adozione dello schema formale-causale tipico della donazione.
Secondo le Sezioni Unite, la configurazione della donazione come un contratto tipico a forma vincolata e sottoposto a regole inderogabili, obbliga a far ricorso a questo contratto per realizzare il passaggio immediato per spirito di liberalità di ingenti valori patrimoniali da un soggetto ad un altro, non essendo ragionevolmente ipotizzabile che il legislatore consenta il compimento in forme differenti di uno stesso atto, imponendo, però, l’onere della forma solenne soltanto quando le parti abbiano optato per il contratto di donazione.
Ed il trasferimento di ingenti valori patrimoniali ricorre nell’ipotesi in cui venga impartito alla banca un ordine di bonifico bancario
Il caso concreto aveva riguardato il trasferimento di valori mobiliari (per l’importo di circa 241.000,00 euro) da un uomo, malato, a favore di una donna con la quale aveva un rapporto sentimentale, la quale lo aveva curato durante la malattia.
Apertasi la successione dell’uomo, la figlia di quest’ultimo aveva rivendicato la quota pari ad un terzo delle somme trasferite, eccependo peraltro la nullità del negozio siccome privo della forma solenne richiesta per la validità della donazione.
Tesi accolta dal Tribunale di Trieste, ma disattesa dalla Corte d’Appello di Trieste, per la quale il negozio doveva essere qualificato alla stregua di una liberalità indiretta e, come tale, svincolato da ogni formalismo.
Impugnata la sentenza davanti alla Corte di Cassazione, quest’ultima ha invece cassato con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Trieste la sentenza impugnata, argomentando la decisione in base al principio di diritto sopraindicato.
Peraltro, in precedenti occasioni è stato affermato che:
costituisce una donazione diretta il trasferimento del libretto di deposito a risparmio al portatore,
effettuato dal depositante al terzo possessore al fine di compiere una liberalità.
La donazione indiretta, concepita come mezzo per conseguire, attraverso l’utilizzazione di un negozio con causa tipica, un risultato pratico da questa divergente, non è configurabile rispetto ai titoli di credito astratti, suscettibili di realizzare in modo diretto qualsiasi scopo voluto dalle parti. (Cass. 23 febbraio 1973, n. 527) le liberalità attuate a mezzo di titoli di credito non sono donazioni indirette, ma donazioni dirette.
Qualora un assegno bancario venga emesso a titolo di donazione, l’opponibilità, nel rapporto diretto con il prenditore, di tale contratto sottostante (senza che possano invocarsi le limitazioni probatorie di cui all’art. 2722 cod. civ., non vertendosi in tema di prova contraria al contenuto di un documento) implica anche la possibilità di dedurre la nullità della donazione medesima, per carenza della prescritta forma. (Cass. 30 luglio 1990, n. 7647) rientra entro il perimetro della donazione diretta l’elargizione di somme di denaro di importo non modico mediante assegni circolari.
Ai fini della configurabilità della donazione indiretta d’immobile, è necessario che il denaro venga corrisposto dal donante al donatario allo specifico scopo dell’acquisto del bene o mediante il versamento diretto dell’importo all’alienante o mediante la previsione della destinazione della somma
donata al trasferimento immobiliare. Non ricorre, pertanto, tale fattispecie quando il danaro costituisca il bene di cui il donante ha inteso beneficiare il donatario e il successivo reimpiego sia rimasto estraneo alla previsione del donante. (Nel caso di specie la Suprema Corte ha stabilito che la mera elargizione di somme di danaro mediante assegni circolari, non potesse qualificarsi donazione indiretta ed ha dichiarato invalido il negozio concluso per il difetto di forma solenne). (Cass. 6 novembre 2008 n. 26746) rientra nel perimetro della donazione diretta l’accollo interno con cui l’accollante, allo scopo di arricchire un familiare con proprio impoverimento, si sia impegnato nei confronti di quest’ultimo a pagare all’istituto di credito le rate del mutuo bancario dal medesimo contratto, rilevandosi che la liberalità non è un effetto indiretto, ma la causa dell’accollo.
Poiché con la donazione indiretta le parti realizzano l’intento di liberalità utilizzando uno schema negoziale avente causa diversa, configura piuttosto una donazione diretta l’accollo interno con cui l’accollante, allo scopo di arricchire la figlia con proprio impoverimento, si sia impegnato nei confronti
di quest’ultima a pagare all’Istituto di credito le rate del mutuo bancario dalla medesima contratto, atteso che la liberalità non è un effetto indiretto ma la causa dell’accollo, sicché l’atto – non rivestendo i requisiti di forma prescritti dall’art. 782 c.c. – deve ritenersi inidoneo a produrre effetti diversi dalla “soluti retentio” di cui all’art. 2034 c.c.. (Cass. 30 marzo 2006 n. 7507).
Ebbene, secondo le Sezioni Unite la donazione di strumenti finanziari dal conto deposito titoli intestato al beneficiante disponente a quello intestato al beneficiario, da eseguire mediante un ordine di bonifico impartito da parte del disponente, è nulla ove manchi la forma prescritta per le donazioni, con la conseguenza che, una volta apertasi la successione del donante, l’acquisto del donatario può essere compromesso dalle pretese degli eredi del donante, qualora rivendichino la somma donata eccependo l’invalidità del titolo traslativo.

[Associazione Insignum – Corso di Porta Vittoria, 18 Milano ]

LA TRASCRIZIONE DEL VERBALE DI CONCILIAZIONE RELATIVO ALL’ACCERTAMENTO DELL’ACQUISTO PER USUCAPIONE

commento a Tribunale Lecce, 8 gennaio 2016 – V. BRIZZOLARI, I Contratti, 1/2017, p. 71 ss. – di Silvia Schiavolin
A norma dell’art. 2643 n. 12 bis c.c., come recentemente novellato, devono essere resi pubblici, mediante trascrizione, gli accordi di mediazione che accertano l’usucapione.
La modifica legislativa in oggetto non ha risolto tutte le questioni sorte in mancanza di una disposizione ad hoc.
Più in generale, i dubbi avanzati circa la figura del negozio di accertamento, prima dell’intervento legislativo, facevano riferimento a due questioni: in primis, la stessa ammissibilità del negozio di accertamento e la connessa possibilità che i privati potessero convenire per iscritto sull’accertamento
dell’intervenuta usucapione; in secondo luogo, la trascrivibilità del verbale di conciliazione inteso quale negozio volto all’accertamento del “fatto-usucapione” (e più in generale di tutti gli accordi tra privati dai quale risulti l’usucapione).
La giurisprudenza pare non aver mai dubitato dell’ammissibilità del negozio di accertamento pur manifestando opinioni contrastanti in merito alla sua trascrivibilità.
L’opinione prevalente, attribuendo al verbale di mediazione natura di mero accertamento, ed al negozio di accertamento stesso natura meramente dichiarativa, ne escludeva la trascrivibilità.
Secondo l’orientamento minoritario, invece, si sarebbe potuto procedere alla pubblicità del negozio in oggetto poiché assimilabile alla transazione e determinante un acquisto a titolo derivativo (riconoscendo quale titolo dell’acquisto l’accordo conciliativo).
La dottrina, da canto suo, appariva maggiormente frammentata: alcuni autori avanzavano perplessità in merito alla stessa configurabilità di un negozio di accertamento a carattere privato, ritenendo la funzione di accertamento estranea alla facoltà negoziale delle parti; altri, pur essendo favorevoli all’ammissibilità della fattispecie in oggetto restavano divisi tra la natura dichiarativa in ordine ad una situazione incerta e quella modificativa di una situazione preesistente.
L’introduzione del n. 12 bis dell’art. 2643 c.c. ha sopito il dibattito di cui si è dato conto solo relativamente, come dimostrato dalla fattispecie oggetto della decisione in commento.
Il caso di specie origina dalle riserve apposte dal Conservatore dei Registri Immobiliari alla richiesta di trascrizione di un accordo conciliativo che accertava l’intervenuta usucapione di alcune unità immobiliari in capo a tre fratelli.
In particolare, il Conservatore, facendo propria l’opinione giurisprudenziale prevalente, sostiene che si possa procedere alla trascrizione solo in presenza di una volontà traslativa risultante dall’accordo conciliativo.
In senso contrario, il Tribunale di Lecce osserva che, se si potesse procedere alla trascrizione solo una volta rinvenuta una volontà traslativa, si perverrebbe ad un’interpretazione abrogante del n. 12 bis, ciò anche in considerazione del fatto che le transazioni aventi ad oggetto diritti reali sugli immobili erano già trascrivibili prima della novella.
Inoltre il Collegio osserva che, nel caso del verbale di conciliazione volto all’accertamento dell’usucapione, oggetto della trascrizione non sarebbe un negozio traslativo, bensì un atto di accertamento con valenza esclusivamente probatoria e preclusiva di successive contestazioni da parte
dei soli soggetti che vi partecipano, fermo che qualsivoglia attività accertativa in materia di diritti reali immobiliari presuppone sempre, in origine, un valido titolo di acquisto.
Si rimarca, nonostante la collocazione all’interno dell’art. 2643 c.c., la valenza meramente dichiarativa della pubblicità prevista per gli accordi di mediazione.
Come noto, l’acquisto a titolo originario (qual è quello per usucapione) prevale sull’acquisto a titolo derivativo a prescindere dalla trascrizione della sentenza ex art. 2651 c.c. e dall’anteriorità della sua pubblicità rispetto alla trascrizione del secondo, considerato che il principio di continuità delle
trascrizioni, con riferimento agli atti di cui all’art. 2643 c.c. non risolve il conflitto tra acquisti a titolo diverso ma unicamente tra acquisti a titolo derivativo dallo stesso dante causa.
La ragione della pubblicità dichiarativa per gli atti in discorso sarebbe da rintracciare proprio nella tutela dei soggetti che sono rimasti estranei all’accordo (è il caso del creditore ipotecario che abbia iscritto il proprio titolo nei confronti del soggetto risultante come titolare dai registri immobiliari e che, prevarrà sul soggetto usucapiente); da ciò l’ulteriore corollario per cui la trascrizione dell’accordo dovrebbe negarsi tutte le volte in cui sia evidente che l’accertamento dell’usucapione sia effettuato al solo scopo di comodo.
In conclusione, nonostante la modifica legislativa che ha portato all’introduzione del n. 12 bis dell’art. 2643 c.c. abbia risolto il problema dell’ammissibilità dell’accordo conciliativo accertativo dell’usucapione, la sua portata esce inevitabilmente ridimensionata in punto di efficacia poiché, con riferimento all’intervenuta usucapione, il titolo non produce effetti erga omnes, bensì, ha efficacia meramente preclusiva inibendo future contestazioni da parte dei partecipanti all’accordo (il tutto a differenza di quanto vale per la sentenza accertativa dell’intervenuta usucapione).

ATTI ONEROSI TRASLATIVI O COSTITUTIVI DI DIRITTI REALI – VALORE DEL BENE – VA DETERMINATO AL MOMENTO DELL’ATTO TRASLATIVO

(Cass.civ., sezione tributaria, sentenza del 10 marzo 2017, n. 6173, in www.cassazione.net)

«In tema di imposta di registro, l’art. 43, comma primo, lett. a) del d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, prevede che, nel caso di contratti a titolo oneroso traslativi o costitutivi di diritti reali, il valore del bene deve essere calcolato alla data dell’atto traslativo, sicché nel caso di contratto preliminare di
compravendita il valore del bene deve essere calcolato con riferimento al valore venale in comune commercio dell’immobile al momento della stipula del contratto definitivo».
È quanto deciso dalla Corte di Cassazione con la sentenza del 10 marzo 2017, n. 6173.
Viene così chiarito il principio secondo cui è nel momento dell’atto traslativo (o costitutivo di diritti reali), e secondo le quotazioni di mercato, vale a dire in base al «valore venale in comune commercio» del bene, che si deve determinare l’imposta di registro e non quando viene stipulato il contratto
preliminare.
Il contratto preliminare (nel caso di specie risalente all’anno 2000) ed il contratto definitivo (di compravendita) (nel caso di specie risalente all’anno 2007) «si differenziano per il diverso contenuto della volontà dei contraenti, che è diretta nel primo caso ad impegnare le parti a prestare, in un
momento successivo, il loro consenso al trasferimento della proprietà, e nel secondo, ad attuare il trasferimento stesso».
Peraltro, anche nell’ipotesi in cui il trasferimento avvenga con una sentenza di esecuzione in forma specifica (ex articolo 2932 cod.civ.), le imposte devono essere determinate facendo riferimento non alla data del contratto preliminare, ma a quella della sentenza, attesa la sua efficacia costitutiva.
Nel caso concreto, una società aveva acquistato due terreni aventi rispettivamente destinazione agricola ed edificabile, il cui valore indicato in atto era stato poi rettificato dall’Agenzia delle Entrate, la quale avevano emesso un avviso di liquidazione richiedendo il pagamento delle maggiori imposte di
registro, ipotecaria e catastale, oltre ad interessi e sanzioni. La contribuente aveva quindi contestato il valore rideterminato dall’Ufficio e la Commissione Tributaria Provinciale di Roma aveva accolto il ricorso e ridotto del dieci per cento il valore dei cespiti rideterminato dall’ufficio.
I contribuenti avevano però proposto appello avverso la sentenza del giudice di prime cure, anche al fine di riconsiderare il momento temporale a cui riferire la tassazione; giunta la questione alla Corte di Cassazione, quest’ultima, come visto, ha chiarito che «l’accertamento di maggior valore, ai fini
dell’imposta di registro [ex articoli 51 e 52, d.P.R. n. 186/1986], va effettuato con riferimento al valore venale in comune commercio dell’immobile al momento della stipula del contratto definitivo, quale momento in cui si realizza il trasferimento del bene».

DIRITTO DI USUFRUTTO TRASMESSO A CAUSA DI MORTE – RISERVA DEL DIRITTO DI USUFRUTTO – ESTINZIONE

(Cass.civ., sezione seconda, sentenza del 14 ottobre 2015, n. 20788, in IusExplorer)

In caso di donazione con riserva del diritto di usufrutto, esso si estingue con la morte dell’usufruttuario (donante riservatario), ai sensi dell’articolo 979 cod.civ., sicché non può essere trasmesso a causa di morte. Diverso è il caso del legato di usufrutto disposto da parte del testatore che al momento
dell’apertura della successione era proprietario del diritto di piena proprietà della cosa legata in quanto, in questo caso, è possibile scindere l’usufrutto e la nuda proprietà disponendo dell’usufrutto a titolo di legato.
Così decide la Corte di Cassazione con sentenza del 14 ottobre 2015, n. 20788.
Il caso analizzato dalla Suprema Corte consente di fare il punto sulla trasmissibilità del diritto di usufrutto in forza di successione testamentaria, considerando sia il caso nel quale il testatore sia titolare del diritto di piena proprietà, sia il caso nel quale sia titolare del solo diritto di usufrutto.
Ebbene, i giudici hanno chiarito che la facoltà di disposizione di cui gode il testatore è correlata all’estensione del diritto reale, cosicché:
– ove si tratti di diritto di piena proprietà, il testatore può decidere di scorporarlo ed attribuire, con effetti dall’apertura della sua successione, il diritto di nuda proprietà ad un erede o legatario e parimenti il diritto di usufrutto ad un altro erede o legatario;
invece,
– ove si tratti di diritto di usufrutto, dal momento che la sua durata è commisurata alla vita dell’usufruttuario, il diritto reale minore si estingue con il decesso del testatore usufruttuario (salvo il caso particolare nel quale il testatore sia titolare del diritto di usufrutto correlato alla durata della vita di
un terzo o a termine, nel quale caso la durata del diritto reale minore è legata alla vita del primo usufruttuario o al termine).
Ebbene, come osservato, il donante che si è riservato il diritto di usufrutto non ne può disporre a causa di morte in quanto detto diritto è correlato alla sua vita e chiaramente si estingue con la sua morte.
In relazione alla natura giuridica della donazione con riserva di usufrutto per sé e dopo di sé a favore di altri, ai sensi dell’articolo 796 cod.civ., alla tesi che vi ravvisa un doppio negozio si contrappone quella che ritiene si tratti di un unico negozio giuridico contraddistinto da due vicende che si concretano con lo smembramento del diritto di proprietà in diritto di usufrutto, che rimane nella titolarità del donante, e nella nuda proprietà, che viene trasferita al donatario.

COSTITUZIONE DEL DIRITTO DI ABITAZIONE DA PARTE DEL NUDO PROPRIETARIO E DIVIETO DI CUI ALL’ART. 771 C.C.

Quesito Civilistico n. 808-2014/C

Si chiede se la costituzione del diritto di abitazione a termine iniziale effettuata dal nudo proprietario, con termine coincidente con la morte dell’attuale usufruttuario ricada nel divieto di donazione di beni futuri ex art. 771 c.c., intendendo il diritto oggetto dell’atto dispositivo come un bene soggettivamente futuro.

Premesso che il tema in esame è stato affrontato principalmente con riferimento al diritto di usufrutto, ma che le relative considerazioni appaiono estensibili anche al diritto di abitazione, può osservarsi che sono state sostenute al riguardo due tesi.

Autorevole dottrina (1) ritiene legittimo che il nudo proprietario costituisca il diritto di usufrutto a decorrere dal momento della morte del primo usufruttuario soltanto mediante un atto a titolo oneroso. Una donazione con questo oggetto sarebbe invece nulla per contrasto col divieto di donazione di beni futuri, ex art. 771 c.c. Il nudo proprietario, in quanto tale, non è titolare attualmente del diritto di usufrutto e pertanto, donandolo, andrebbe a disporre di un diritto futuro.

Altra dottrina (2) e alcuni precedenti di questo Ufficio (3), invece, ritengono ammissibile la costituzione di usufrutto da parte del nudo proprietario, non essendo violato il divieto di donazione di beni futuri. Da un lato, si afferma che la ricostruzione testé indicata non è condivisibile in quanto legata ad una visione della riserva di usufrutto come “doppio negozio” ormai superata dalla dottrina oggi dominante; dall’altro, si esclude che il diritto di usufrutto sia, in questo caso, un diritto futuro.

Il nudo proprietario, infatti, in forza del principio legale della consolidazione dell’usufrutto alla nuda proprietà, è già titolare dell’usufrutto successivo a quello spettante all’attuale usufruttario, ancorché sottoposto al termine iniziale dell’estinzione dell’usufrutto attuale. «Che questo diritto di usufrutto sottoposto a termine iniziale si trovi già nel patrimonio del nudo proprietario è innegabile visto che esso, per effetto legale, alla morte dell’usufruttuario (o comunque all’estinzione dell’usufrutto) si consoliderà automaticamente alla nuda proprietà. La nuda proprietà comprende infatti il diritto di godere in futuro pienamente la cosa e appunto per ciò ha un valore economicamente valutabile. […] Donando il diritto di usufrutto (con termine iniziale dall’estinzione dell’usufrutto oggi spettante ad un terzo) su un bene di cui è nudo proprietario, il donante sta già depauperando, senza riserva e con effetto ex nunc, il suo patrimonio; sta donando un diritto attuale che già esiste nel suo patrimonio. Egli è infatti titolare oggi del diritto di usufrutto con termine iniziale e dona oggi il diritto di usufrutto con termine iniziale» (4).

A tali considerazioni si può, inoltre, aggiungere il fatto che l’usufrutto è un diritto limitato nel tempo (poiché non può durare oltre la vita dell’usufruttuario e, comunque, non può eccedere i trent’anni) e, pertanto, può ammettersi che la nascita del nuovo usufrutto venga prevista per il periodo successivo all’estinzione del primo, sempre che il secondo usufruttuario sopravviva a codesta estinzione (5).

Tale dottrina afferma, dunque, che si tratti di un diritto esistente e non futuro, in virtù della certezza del consolidamento della proprietà. La donazione in esame sarebbe pertanto un contratto perfetto, avente ad oggetto un diritto di cui il donante è già titolare, la cui efficacia reale è differita alla scadenza del termine iniziale (ed alla sopravvivenza del donatario fino a tale data), senza che possa venire in rilievo il divieto di cui all’art. 771 c.c.

Aderendo a tale ultima ricostruzione, appare possibile la costituzione a titolo di donazione del diritto di abitazione da parte del nudo proprietario per il tempo in cui si sarà estinto l’attuale usufrutto.

Si segnala, da ultimo, che il diritto di abitazione costituito a titolo di donazione da parte del nudo proprietario risulterà soggetto – come si è visto – oltre al termine iniziale coincidente con la morte dell’attuale usufruttuario anche alla condizione sospensiva della premorienza di quest’ultimo rispetto al donatario (6).

 

Marco Bellinvia

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  • SANTORO PASSARELLI, Nullità della riserva di usufrutto da parte del nudo proprietario, in Vita not., 1951, p. 49; in giurisprudenza, Trib. Catanzaro, 10 gennaio 1950, in Foro padano, 1950, I, p. 1211. Ambigua appare Cass., 19 ottobre 1957, n. 3985 in Civ., 1958, p. 717, secondo la quale «non contrasta con l’essenza dell’usufrutto e col suo carattere di temporaneità la costituzione di un usufrutto successivo, in favore di più persone fisiche tutte viventi al momento della costituzione stessa, mediante un atto tra vivi diverso dalla donazione. Nessun divieto al riguardo è posto dalla legge. E, d’altro canto, la temporaneità dell’usufrutto successivo costituito mediante un tale atto tra vivi è assicurata dalla necessità che tutti i beneficiari di esso siano viventi al momento della costituzione».
  • SGROI, Brevi note in tema di donazione dell’usufrutto da parte del nudo proprietario, in Vita not., 1991, p. 1164 e ss.;TORRENTE, La donazione, in Trattato di diritto civile e commerciale, già diretto da A. Cicu, F. Messineo, L. Mengoni, continuato da P. Schlesinger, II edizione, a cura di U. Carnevali e A. Mora, Milano, 2006, p. 274; PUGLIESE, Usufrutto, uso e abitazione, in Trattato di diritto civile, diretto da F. Vassalli, Torino, 1972, p.140, il quale critica espressamente la sentenza del Trib. Catanzaro indicata nella nota che precede; COPPOLA, La donazione con riserva di usufrutto, in Trattato di diritto delle successioni e delle donazioni, diretto da G. Bonilini, VI, Milano, 2009, p. 919; STUCCHI, L’usufrutto successivo negli atti tra vivi, in not., 2011, 1, p. 102, il quale esclude anche che tale fattispecie possa violare il divieto di usufrutto successivo.
  • Quesito n. 2043, a cura di A. RUOTOLO; quesito n. 88-2009/I, a cura di D. BOGGIALI; Quesito n. 539-2010/C, a cura di D. BOGGIALI.
  • SGROI, cit., p. 1169.
  • Così PUGLIESE, Usufrutto, uso e abitazione, cit., p. 140; PALERMO, Usufrutto, uso e abitazione, in Sist. Bigiavi, Torino, 1978, p. 394; in tal senso anche Appello Napoli 26 marzo 1942, in Mon. Trib., 1943, 55.
  • In tal senso BOGGIALI, quesito n. 88-2009/I, secondo la quale, una volta accettata la donazione, «il contratto si è perfezionato e il beneficiario ha acquistato la titolarità di un diritto sottoposto a termine iniziale e a condizione sospensiva, sui quali non influisce la morte di Caia [cioè la nuda proprietaria)».

ACCETTAZIONE DI EREDITA’ – MANCATA TRASCRIZIONE- RECESSO DA CONTRATTO PRELIMINARE

(Cass.civ., sezione terza, sentenza del 28 giugno 2016, n. 13264, in Giuffrè)
Nell’ambito del contratto preliminare di compravendita è consentito al promissario acquirente di sottrarsi all’obbligo di stipulare il contratto definitivo soltanto quando sussista il pericolo concreto ed attuale che la cosa possa essere rivendicata da terzi e ciò in virtù della facoltà di cui all’art. 1481 cod. civ, il quale presuppone non il mero timore di pretese del terzo sull’oggetto del contratto ma «che risulti concretamente la volontà del terzo di promuovere azioni volte ad ottenere il riconoscimento dei suoi asseriti diritti sul bene e che la … sospensione non sia contraria a buona fede, ricorrendo tali condizioni allorchè il pericolo di azioni siffatte si connoti per serietà e concretezza, si da escludere la presenza di un pretesto dell’obbligato per rifiutare l’adempimento dovuto».
E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione con sentenza del 28 giugno 2016, n. 13264.
Il ricorrente affermava di essere stato danneggiato dalla mancata trascrizione dell’accettazione tacita di eredità da parte del suo dante causa, che aveva comportato un rischio di evizione e pertanto aveva legittimato il recesso del promissario acquirente dal contratto preliminare di compravendita
dell’immobile. Chiedeva pertanto il risarcimento dei danni al notaio che aveva stipulato l’atto con cui egli aveva acquistato la proprietà dell’immobile, non avendo il notaio rilevato l’assenza di continuità delle trascrizioni conseguente alla mancata trascrizione dell’accettazione tacita di eredità.
La Corte di Cassazione, dopo aver sottolineato che la mancata trascrizione dell’accettazione tacita di eredità poteva essere sanata, ai fini della continuità delle trascrizioni, ai sensi dell’articolo 2650 secondo comma c.c., ha ribadito che “è consentito al promissario acquirente di sottrarsi all’obbligo di stipulare il contratto definitivo soltanto quando sussista il pericolo concreto e attuale che la cosa possa essere rivendicata da terzi”, come già affermato nelle precedenti sentenze n. 5979/1994, 24340/2011 e 3390/2016.

PERMUTA DI COSA PRESENTE CON COSA FUTURA – FORMA SCRITTA RICHIESTA PER STIPULARE IL CONTRATTO – NON PER INDIVIDUARE LA COSA *** (Cass.civ., sezione prima, sentenza del 16 maggio 2016, n. 9994, in Giuffrè)

Nei «contratti aventi ad oggetto il trasferimento della proprietà di immobili futuri, la forma scritta è
necessaria solo per la stipulazione del contratto ad effetti obbligatori e non già per l’individuazione
della cosa, la cui proprietà si trasferisce automaticamente con la venuta ad esistenza della stessa».
E’ quanto chiarito dalla Corte di Cassazione con sentenza del 16 maggio 2016, n. 9994 che,
richiamando propri precedenti, ha rinnovato l’idea per cui è legittimo il contratto di permuta di cosa
presente (con conseguente effetto traslativo immediato della proprietà) con cosa futura ovvero
soltanto generica (abbisognevole, pertanto, di individuazione nell’ambito del relativo “genus”), la cui
proprietà sia trasferita in un momento successivo (all’atto, cioè, della rispettiva venuta ad esistenza o
specificazione), realizzandosi, in tal caso, l’effetto traslativo immediato con riguardo alla cosa presente,
e la contestuale nascita dell’obbligazione, per il ricevente, di tenere il comportamento necessario
affinché la “res”, futura o generica, sia a sua volta trasferita in proprietà alla controparte, per effetto
della sua venuta ad esistenza o specificazione (Cass. n. 1671/1951 e 10256/1997).
Il caso concreto ha riguardato la stipula di un atto di compravendita (ad avviso di parte attrice, simulato)
e di un contratto di permuta (invece valido) ove una delle parti contraenti era una società a
responsabilità limitata poi fallita.
Gli immobili in contratto, inoltre, erano stati oggetto sia della trascrizione di un pignoramento (nel quale
era subentrato il fallimento della società a responsabilità limitata), sia della trascrizione di una domanda
giudiziale (ad opera di parte attrice) ma, dal momento che quest’ultima formalità risaliva ad un’epoca
successiva rispetto alla trascrizione del pignoramento, la Cassazione ha evidenziato come la seconda
formalità non avesse comportato l’invalidità del disposto trasferimento in capo della parte
controricorrente, bensì, avesse inciso esclusivamente sul piano dell’efficacia relativa del trasferimento,
da ritenersi inopponibile al fallimento, con conseguente esposizione del bene al procedimento di
esecuzione forzata.
A tale proposito ricordano i giudici che «il terzo che, in pendenza dell’esecuzione forzata e dopo la
trascrizione del pignoramento di immobile, abbia acquistato a titolo particolare il bene pignorato,
soggiace alla disposizione di cui all’art. 2913 c.c., la quale – sancendo l’inefficacia verso il creditore
procedente ed i creditori intervenuti delle alienazioni del bene pignorato successive al pignoramento –
nega a tale terzo la possibilità di svolgere le attività processuali inerenti ad un suo subingresso nella
qualità di soggetto passivo dell’esecuzione, né detto terzo è legittimato a proporre l’opposizione agli
atti esecutivi».

Associazione Insignum – Notiziario n. 19/2016 del 22 maggio 2016

DONAZIONE MODALE – AZIONE REVOCATORIA ORDINARIA

(Corte d’Appello di Lecce, sezione trentatreesima, sentenza del 21 gennaio 2016, n. 33, in www.cassazione.net)

È inefficace nei confronti dei creditori l’atto di donazione stipulato dai genitori a favore dei figli ed avente ad oggetto il diritto di nuda proprietà di un

immobile con riserva del diritto di abitazione.

A tale proposito, «l’azione revocatoria ordinaria ha solo la funzione di ricostituire la garanzia generica assicurata al creditore dal patrimonio del debitore la cui consistenza, per effetto dell’atto di disposizione posto in essere dal debitore, si sia ridotta in guisa da pregiudicare il diritto del creditore con l’azione espropriativa. In coerenza con tale sua unica funzione l’azione predetta, ove esperita vittoriosamente, non travolge l’atto di disposizione posto in essere dal debitore, ma semplicemente determina l’inefficacia di esso nei soli confronti del creditore che l’abbia esperita per consentire allo stesso di esercitare sul bene oggetto dell’atto, l’azione esecutiva per la realizzazione del credito».

A tale possibile conseguenza non si possono sottrarre i donatari, peraltro, consapevoli dell’esistenza del debito.

Nel caso concreto la Corte d’Appello di Lecce ha confermato la sentenza emessa dal giudice di prime cure e, dunque, la revocatoria della donazione

modale stipulata dai genitori a favore dei figli.

I giudici, infatti, hanno ritenuto provata la consapevolezza del debitore/donante del pregiudizio arrecato ai propri creditori con l’atto di donazione;

mentre non rileva la mancata conoscenza del debito da parte dei donatari.

 

Adeguamento delle modalita’ di calcolo dei diritti di usufrutto a vita e delle rendite o pensioni in materia di imposta di registro e di imposta sulle successioni e donazioni. (15A09673) (GU n.302 del 30-12-2015)

Prospetto dei coefficienti per la determinazione dei diritti di usufrutto a vita e delle rendite (o pensioni) vitalizie calcolate al saggio di interesse legale del 0,20%
Anno di riferimento:  2016

 

Età Usufruttuario Coefficiente % Usufrutto % Nuda Proprietà
da 0 a 20 475,00 95,00 5,00
da 21 a 30 450,00 90,00 10,00
da 31 a 40 425,00 85,00 15,00
da 41 a 45 400,00 80,00 20,00
da 46 a 50 375,00 75,00 25,00
da 51 a 53 350,00 70,00 30,00
da 54 a 56 325,00 65,00 35,00
da 57 a 60 300,00 60,00 40,00
da 61 a 63 275,00 55,00 45,00
da 64 a 66 250,00 50,00 50,00
da 67 a 69 225,00 45,00 55,00
da 70 a 72 200,00 40,00 60,00
da 73 a 75 175,00 35,00 65,00
da 76 a 78 150,00 30,00 70,00
da 79 a 82 125,00 25,00 75,00
da 83 a 86 100,00 20,00 80,00
da 87 a 92 75,00 15,00 85,00
da 93 a 99 50,00 10,00 90,00

 

NOTA: la tabella attualmente in vigore è quella relativa all’anno di riferimento 2016.

 

In allegato il Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze – decreto 21 dicembre 2015

Usufrutto

AZIONE DI RIVENDICAZIONE DELLA PROPRIETA’ – USUCAPIONE – POSSESSO – AZIONE DIRETTA VERSO IL PROPRIETARIO DEL BENE **

(Cass.civ., sezione seconda, sentenza del 28 agosto 2015, n. 17270, in www.cassazione.net)

L’azione con cui, a qualsiasi titolo, si rivendica una proprietà (nel caso concreto a titolo di usucapione) deve essere diretta esclusivamente nei confronti di chi possiede il bene o ne è proprietario nel momento in cui viene proposta la domanda e non anche nei confronti dei precedenti danti causa che non hanno veste di litisconsorti necessari.

Infatti «nessuna rilevanza potrebbe attribuirsi ai fini della eventuale interruzione del decorso termine utile per l’usucapione ad atti dispositivi del proprietario non diretti al recupero del possesso, non comportando gli stessi alcun trasferimento dello ius possessionis esercitato dal possessore».

In base a tali principi è stato accolto il ricorso presentato da una donna che aveva proposto opposizione di terzo avverso l’azione di esecuzione promossa da una società mediante il pignoramento di un terreno. In particolare, ella aveva evidenziato come sul terreno fosse stato edificato da più di venti anni un fabbricato del quale voleva le fosse riconosciuta la proprietà, per usucapione.

La Corte di Cassazione “ribalta” così le considerazioni poste alla base della sentenza d’Appello nella quale si era sostenuto che il Comune ove era ubicato il bene (in realtà estraneo al giudizio) era da considerare litisconsorzio necessario, in quanto l’ente pubblico era stato proprietario dei beni fino al momento in cui l’immobile era stato trasferito al padre della donna. Segnatamente, senza la partecipazione del Comune al procedimento di usucapione, non si sarebbe potuto computare l’intero periodo utile all’usucapione.